
di Piera Genta
Il Festival della canzone italiana, tempio del melodramma e dei cuori infranti, per decenni ha infilato nel microfono parole da cucina con una naturalezza disarmante.
Prima delle due vite, delle relazioni tossiche e dell’introspezione notturna, c’erano colazioni, sughi e dolci regionali.
Gli anni Sessanta profumano di credenza e cucina di casa.
Patatina di Wilma De Angelis trasforma un vezzeggiativo gastronomico in flirt leggero. Subito dopo, Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte di Gianni Morandi fa del latte un pretesto amoroso: non solo bevanda, ma rito domestico, Italia candida che corteggia passando dalla porta di casa. Con Sole, pizza e amore il Quartetto Cetra mette in musica una cartolina illustrata: la pizza è già identità nazionale. E Viva la pappa col pomodoro di Rita Pavone consacra il piatto povero per eccellenza. Niente caviale, solo pane raffermo e pomodoro. Semplicità che diventa orgoglio.
Gli anni Ottanta mescolano pop e simboli condivisi.
In Felicità di Al Bano e Romina Power, la gioia è un bicchiere di vino con un panino: la felicità misura corta, concreta, commestibile. Poco dopo, L’italiano di Toto Cutugno inserisce nel ritratto nazionale anche un panino: dettaglio minuscolo ma rivelatore. A fine decennio, Il babà è una cosa seria di Marisa Laurito mette il dolce al centro della scena. Non contorno, ma protagonista. Gastronomia come appartenenza, zucchero come radice culturale.
Gli anni Novanta preferiscono l’ironia.
Banane e lampone di Gianni Morandi riporta la frutta nel titolo, mentre La terra dei cachi di Elio e le Storie Tese cita spaghetti al dente e un cappuccino, trasformando il cliché culinario in satira nazionale.
Con il Duemila il cibo cambia funzione. Diventa gesto quotidiano, unità di misura, metafora. 7000 caffè di Alex Britti usa il caffè per contare l’amore che finisce. Passame er sale di Luca Barbarossa affida al sale un gesto domestico e romano. In Non mi avete fatto niente di Ermal Meta e Fabrizio Moro il caffè resta il rito che continua nonostante tutto. Arrivano le bollicine di Soldi di Mahmood: lo champagne non è convivialità, ma distanza. E Rolls Royce di Achille Lauro trasforma l’alcol in codice lifestyle, più nightclub che cucina.
Poi l’ultimo Festival riporta il cibo al centro, ma con un tono diverso. L’albero delle noci di Brunori Sas parla di un pezzetto di carne o di pane: il pane torna parola grave, quasi biblica. I Coma_Cose in Cuoricini giocano con maionese e gelato, trasformando il cibo in cartoon sentimentale. Lentamente di Irama evoca ristoranti costosi, mentre Quando sarai piccola di Simone Cristicchi promette di preparare da mangiare per cena: il gesto domestico come forma d’amore. Persino Chiamo io chiami tu di Gaia rivendica l’amore per il cibo di strada.
Forse Sanremo non ha mai smesso di mangiare. Ha solo cambiato dieta.
Dal latte della mamma al pane quasi sacro di Brunori, dal babà identitario alla maionese pop, il cibo resta un lessico potentissimo: quotidiano, simbolico, ironico.
Perché in fondo una canzone, come un piatto riuscito, funziona quando lascia sapore.